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    15 settembre 2020

    Fallimento della societa’ scissa

    Cassazione, sentenza 19 giugno 2020, n. 11984. In tema di dichiarazione di fallimento in presenza di una scissione di società totalitaria, verificandosi un fenomeno di tipo successorio tra soggetti distinti e dunque l’estinzione della società scissa, trova applicazione la regola di cui all’art. 10 della legge fallimentare per cui il fallimento di quest’ultima potrà essere pronunciato entro un anno dalla sua cancellazione dal registro delle imprese. Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes  Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes  Autore immagine: Pixabay.com © Riproduzione riservata

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    09 luglio 2020

    Covid e riduzione del capitale: due...

    La disposizione normativa. L’art. 6 del D.L. n. 23/2020 è intervenuto in materia di riduzione del capitale. Si è previsto che alle società per azioni ed alle società a responsabilità limitata non si applicheranno le disposizioni del codice civile in tema di riduzione del capitale sociale per perdite, ed in particolare: a) per le s.p.a. l’art. 2446 secondo e terzo comma c.c. sulla riduzione di oltre un terzo del capitale e l’art. 2447 c.c. sulla riduzione di oltre un terzo che porta il capitale sotto il minimo legale; b) per le s.r.l. l’art. 2482-bis quarto, quinto e sesto comma c.c. sulla riduzione oltre un terzo del capitale e l’art. 2482-ter c.c. sulla riduzione oltre un terzo che porta il capitale sotto il minimo legale. Non opererà, inoltre, la causa di scioglimento della società per riduzione o perdite del capitale sociale prevista dagli art. 2484 n. 4) e 2545-duodecies c.c.. Ratio della previsione. Il legislatore non ha voluto penalizzare le società che matureranno delle perdite rilevanti e si vuole, dunque, favorire la continuità aziendale delle società. Ambito temporale di applicazione. Tale disposizione ha una efficacia di applicazione limitata che viene individuata nel periodo dal 9 aprile 2020 al 31 dicembre 2020. Problema interpretativo: gli esercizi sociali di riferimento. L’art. 6 del D.L. n. 23/2020 prevede che il suddetto obbligo non sussista per le perdite subite nel corso degli esercizi sociali chiusi precedentemente al 31 dicembre 2020. Si è posto, fin da subito, un problema interpretativo sul se il riferimento alle fattispecie verificatesi nel corso degli esercizi chiusi dal 9 aprile al 31 dicembre 2020 sia al periodo di maturazione delle perdite o alla data di approvazione del bilancio (o situazione patrimoniale) in cui le perdite vengono rilevate. Si discute, cioè, se siano da comprendersi all’interno della disciplina temporanea solo le perdite di capitale con riferimento al bilancio del 2020 o anche quelle con riferimento a bilanci precedenti al 2020. Al momento sono individuabili due orientamenti. a)Tesi estensiva. La Commissione per gli orientamenti societari del Consiglio Notarile di Milano con la massima n. 191 sostiene che la sospensione riguarda anche le perdite precedenti al 9 aprile 2020. Conseguentemente non sarebbero rilevanti né le perdite del 2019, accertate nel 2020, né le perdite del 2020, accertate nel 2021. Questa posizione si fonda sull’inciso della disposizione normativa che fa riferimento agli “esercizi” chiusi e non all’”esercizio” chiuso e sull’interpretazione teleologica in forza della quale scopo del legislatore è di incentivare la continuità dell’attività economica delle società. b)Tesi restrittiva. La Fondazione nazionale dei commercialisti ed il Tribunale di Catania, invece, sostengono che la sospensione in esame non sia applicabile nei casi di perdite pre-covid delle società ma soltanto a quelle maturate dopo il 9 aprile 2020. Questa posizione trova fondamento nel testo complessivo della disposizione normativa e nella relazione di accompagnamento al D.L. n. 23/2020 nella quale si fa riferimento alla “perdita di capitale, dovuta alla crisi da Covid-19”. Scopo del legislatore, allora, sarebbe stato solo quello di non considerare le perdite causate dall’epidemia. Conseguenze operative. Gli amministratori, a qualsiasi delle due tesi si aderisca, non sono esonerati dall’obbligo di convocare l’assemblea dei soci tempestivamente in caso di riduzione del capitale sociale oltre un terzo a seguito di perdite perché è fatta salva l’applicazione, per le s.p.a. dell’art. 2446 primo comma c.c., e per le s.r.l. dell’art. 2482-bis primo, secondo e terzo comma c.c.. Tuttavia l’assemblea dei soci non sarà obbligata, per il periodo di efficacia del decreto legge in oggetto, ad adottare i provvedimenti previsti dal codice civile e cioè: -  riduzione del capitale sociale; -  ricapitalizzazione della società; -  liquidazione della società; -  trasformazione. Gli stessi amministratori, inoltre, non si troveranno in caso di impossibilità di ripianare le perdite o di assumere gli altri provvedimenti, di fronte all’alternativa tra l’immediata messa in liquidazione della società ed il rischio di esporsi ad una responsabilità per gestione non conservativa della società. Le suddette disposizioni del codice civile riprenderanno efficacia a partire dai bilanci di esercizio del 2021. Ovviamente, nulla impedisce alle s.r.l. ed alle s.p.a. di applicare comunque, volontariamente, la disciplina codicistica.  Consigli pratici. Qualora si verifichino perdite rilevanti è buona norma che gli amministratori analizzino accuratamente le cause delle stesse e la possibilità di poter comunque volontariamente applicare la disciplina codicistica, se si è nelle condizioni di farlo. In ogni caso, qualsiasi sia l’ipotesi verificatasi, è opportuno coinvolgere professionisti esperti nelle materie economiche e giuridiche al fine di organizzare un cronoprogramma di intervento sulla situazione sociale. La tesi restrittiva, forse è preferibile sia perché è quella sostenuta dall’unica pronuncia sul tema in giurisprudenza e sia perché più prudente. L’adesione alla tesi estensiva, infatti, potrebbe determinare l’annullabilità della delibera e la responsabilità degli amministratori. Tuttavia, è imprescindibile una consulenza notarile sull’ipotesi specifica. Sarebbe auspicabile l’intervento del legislatore per sciogliere il nodo gordiano che si è creato. Avvocato Andrea Pentangelo Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes  Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes  Autore immagine: Pixabay.com © Riproduzione riservata

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    01 luglio 2020

    Recesso ad nutum

    Cassazione, sentenza 21 febbraio 2020, n. 4716, sez. I civile. È escluso il diritto di recesso “ad nutum” del socio di società per azioni nel caso in cui lo statuto preveda una prolungata durata della società (nella specie, fino al 2100), non potendo tale ipotesi essere assimilata a quella, prevista dall’art. 2437, comma 3, c.c., della società costituita per un tempo indeterminato, stante la necessaria interpretazione restrittiva delle cause che legittimano la fuoriuscita del socio dalla società e dovendo anche escludersi l’estensione della disciplina prevista dall’art. 2285 c.c. per le società di persone, ove prevale l’intuitus personae, ostandovi esigenze di certezza e di tutela dell’interesse dei creditori delle società per azioni al mantenimento dell’integrità del patrimonio sociale, potendo essi fare affidamento solo sulla garanzia generica da quest’ultimo offerta, a differenza dei creditori delle società di persone, che invece possono contare anche sui patrimoni personali dei soci illimitatamente responsabili.Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes  Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes  Autore immagine: Pixabay.com © Riproduzione riservata

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    26 giugno 2020

    Legittima la clausola che protegge dal change of...

    E’ legittima la clausola statutaria che permette alla società-socia di trasferire senza limitazioni (ad altra società da essa controllata) la propria quota nella società partecipata sotto la condizione risolutiva che la società alienante perda il controllo della società avente causa del trasferimento; ed è pure legittima la clausola statutaria che permette alla società-socia di trasferire senza limitazioni (ad altra società da essa controllata) la propria quota nella società partecipata e che attribuisce agli altri soci della società partecipata il diritto di riscatto nel caso in cui la società alienante perda il controllo della società avente causa del trasferimento.Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes  Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes  Autore immagine: Pixabay.com © Riproduzione riservata

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    26 giugno 2020

    Legittima la clausola antidiluiton

    Secondo l'orientamento n. 186 della Commissione societaria del Consiglio Notarile di Milano, è legittima la clausola statutaria che, al fine di proteggere taluni soci dalla diluizione che conseguirebbe a un aumento di capitale cui essi non partecipassero, prevede l’assegnazione gratuita ai soci titolari del diritto di non diluizione, di una parte delle quote di partecipazione rinvenienti da futuri aumenti di capitale che vengano deliberati dalla società, fermo restando che i conferimenti conseguenti a questi futuri aumenti di capitale (effettuati dai soggetti che hanno proceduto alla sottoscrizione di detti aumenti di capitale) “coprano” anche le quote di partecipazione gratuitamente assegnate ai soci titolari del diritto di non diluizione. Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes  Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes  Autore immagine: Pixabay.com © Riproduzione riservata

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    15 giugno 2020

    Finanziamenti dei soci in operazioni societarie:...

    Cosa Cambia per il Cittadino?     Alcune recenti pronunce avallano un pericoloso (per il contribuente) orientamento dell'Agenzia delle Entrate che rischia di rendere assai cara un'operazione societaria recante (anche) capitalizzazione/patrimonializzazione della società, per cui è molto importante saper attentamente costruire l'operazione. 1. Le ordinanze della Corte di Cassazione La giurisprudenza torna sul tema della "enunciazione" di finanziamento dei soci in un atto societario (nel caso di specie si trattava di un atto di scissione) e lo fa con un due ordinanze "gemelle", della medesima VI sezione, le nn. 6157 e 6158, entrambe del 5 marzo 2020. La Suprema Corte in sostanza afferma il principio per il quale se l'atto societario reca la menzione dell'aumento di capitale mediante utilizzazione di un finanziamento dei soci pregresso, non ricorre una ipotesi di esenzione dall'imposta di registro, ma si richiede l'applicazione dell'imposta. Nel caso delle due ordinanze si trattava (per quello che è lecito arguire dal testo dei provvedimenti) di un aumento di capitale, strumentale alla scissione, che veniva operato utilizzando un finanziamento dei soci pregresso e che, dopo essere stato deliberato nelle delibere delle assemblee dei soci, nell'atto di scissione veniva poi effettivamente realizzato. 2. Normativa La normativa sulla c.d. enunciazione è recata dall'art. 22 D.P.R. 131/1986, a mente del quale <<1. Se in un atto sono enunciate disposizioni contenute in atti scritti o contratti verbali non registrati e posti in essere fra le stesse parti intervenute nell'atto che contiene la enunciazione, l'imposta si applica anche alle disposizioni enunciate. Se l'atto enunciato era soggetto a registrazione in termine fisso e' dovuta anche la pena pecuniaria di cui all'art. 69. 2. L'enunciazione di contratti verbali non soggetti a registrazione in termine fisso non da' luogo all'applicazione dell'imposta quando gli effetti delle disposizioni enunciate sono gia' cessati o cessano in virtu' dell'atto che contiene l'enunciazione. 3. Se l'enunciazione di un atto non soggetto a registrazione in termine fisso e' contenuta in uno degli atti dell'autorita' giudiziaria indicati nell'art. 37, l'imposta si applica sulla parte dell'atto enunciato non ancora eseguita.>>. Come è abbastanza evidente, i presupposti perché operi l'enunciazione sono: - la registrazione del c.d. atto enunciante (non rileva se viene presentato all'Ufficio del registro poiché necessariamente da registrarsi in termine fisso oppure se registrato volontariamente o se è intercorso un caso d'uso); - la menzione, nel c.d. atto enunciante, di un diverso atto/rapporto (c.d. enunciato) non registrato: in relazione a questo, poi, la legge distingue a seconda del tipo di atto/rapporto enunciato (v. sotto). - la identità tra le parti dei due atti: peraltro deve trattarsi di una identità sostanziale, nel senso che tutte le parti dell'atto enunciato devono essere parte dell'atto enunciante, mentre non è indispensabile il contrario. Inoltre, in riferimento all'atto enunciato, la legge fa altre distinzioni. Se l'atto in questione era da registrarsi in termine fisso (atti scritti di cui all'art. 1 Tar. I allegata al medesimo D.P.R. 131/1986) la registrazione in forza di enunciazione comporta anche l'applicazione della sanzione di cui all'art. 69 (peraltro, secondo logica, questo dovrebbe avvenire solo se sono già decorsi i termini per la registrazione previsti dalla legge). Se si tratta di atti non da registrarsi in termine fisso (come gli atti soggetti a registrazione solo in caso d'uso o non soggetti a registrazione) in forza di enunciazione essi vengono semplicemente assoggettati a registrazione, con applicazione dell'imposta prevista per il caso d'uso o fissa (in sostanza l'enunciazione produce i medesimi effetti che produrrebbe una loro registrazione volontaria, a norma dell'art. 8 D.P.R. 131/1986). Se, invece, si tratta di contratti verbali, non solo sono richiesti i presupposti di cui sopra, ma costituiscono ulteriori presupposti per l'enunciazione: - che il contratto verbale fosse da registrarsi in termine fisso (cosa che, a norma degli artt. 2 e 3 D.P.R. 131/1986 è eccezione per i contratti verbali) e non lo sia stato; - che il contratto non abbia cessato i suoi effetti prima del o con l'atto enunciante. 3.  Considerazioni sul caso Il caso sottoposto alla giurisprudenza, per quello che risulta dalle scarne ordinanze, non pare rientrare nell'ambito dell'enunciazione. Innanzi tutto, l'atto di scissione è un atto che intercorre tra le società partecipanti all'operazione (anzi, nel caso di scissione con costituzione di nuova società è addirittura unilaterale), per cui difetta sicuramente l'identità tra le parti (il finanziamento vede come parti il socio e la società). Inoltre, il finanziamento non è - il più delle volte - formalizzato in atto scritto e, dunque, l'enunciazione de qua sarebbe relativa ad un contratto verbale, i cui effetti - tuttavia - sono da ritenersi o già cessati al momento dell'atto di scissione (perché il finanziamento è cessato con la rinuncia del socio alla restituzione, operata nel verbale dell'assemblea che ha approvato il progetto o operato in via extradocumentale) oppure - ed al limite - cessa con l'atto di scissione stesso (poiché il socio magari rinuncia effettivamente in quel contesto o comunque perché, in ogni caso, in quel momento le poste create con il finanziamento - rectius, la rinuncia al credito - vengono effettivamente utilizzate e appostate diversamente, onde non residua alcunché di quel credito - in questa sua veste - dopo l'atto). Per cui la tassazione in forza di enunciazione è sicuramente fuori luogo ed errata. A ben vedere, tuttavia, la giurisprudenza, pur prendendo l'abbrivio da un ricorso per violazione dell'art. 22 D.P.R. 131/1986 e pur ragionando (anche se molto - troppo - velocemente in termini di enunciazione), in realtà pare fondare le decisioni su altro ragionamento (meno esplicito). Infatti, nelle ordinanze si legge che in realtà l'atto va tassato rispetto all'aumento di capitale (come il giudice di merito aveva riqualificato il "finanziamento"), poiché l'unico caso di eccezione all'applicazione dell'imposta di registro sull'aumento di capitale è quello dell'aumento per ripianamento perdite (art. 2447 c.c. e 2482-ter c.c.). Inoltre, nell'ordinanza n. 6157, si richiama testualmente il riferimento al finanziamento come appostato ed indicato nel bilancio sociale (appunto come passività reale e non come posta del patrimonio netto) e si richiama altresì l'ord. n. 32516/2019, ove la medesima VI sezione faceva un riferimento alla rinuncia alla restituzione del finanziamento da parte del socio. Infine la Cassazione non chiarisce quale sia la misura dell'imposta di registro da applicare al caso, limitandosi a sostenere che non sussiste un caso di esenzione. Da tutto ciò deriva che, a mio avviso, la Suprema Corte - anche se in maniera criptica - ha operato un ragionamento diverso, in termini nei quali, la questione assume una fisionomia totalmente diversa. Infatti: - se si guarda all'aumento di capitale contestuale alla scissione, si può ritenere tassabile lo stesso a norma dell'art. 4, co. 1, lett. a), Tar. I e art. 21 D.P.R. 131/1986, vale a dire come modifica statutaria ulteriore (e non oggettivamente connessa) rispetto alla scissione e di contenuto patrimoniale (e con applicazione dell'imposta fissa di € 200,00); peraltro, anche questa ricostruzione presenta dei problemi (se l'aumento è indispensabile per consentire alle società che risultino dall'operazione di avere un capitale minimo di legge, dovrebbe ritenersi che esso sia "inscindibilmente connesso" - ex art. 21 D.P.R. 131/1986 - rispetto alla scissione, con conseguente tassazione della disposizione che dà luogo alla maggiore imposta; inoltre bisognerebbe ritenere che la scissione sia, ad onta della tassazione in tassa fissa di cui all'art. 4, co. 1, lett. b) Tar. I cit., una modifica statutaria di contenuto patrimoniale per giustificare, eventualmente, una doppia tassa fissa); - se, invece, si guarda al "richiamo" del proprio debito da parte della società, allora ciò potrebbe giustificare una imposizione a norma dell'art. 3 tar. I cit., come atto ricognitivo di debito, con applicazione dell'aliquota dell'1% (laddove non si ritenga di condividere la tesi della tassazione ex art. 11 Tar. I cit. anche di questa tipologia di atto); - infine, se si guarda al "passaggio" del finanziamento dal passivo reale al patrimonio netto della società, mediante "riservizzazione", lo stesso potrebbe essere tassato come remissione del debito, ex art. 5 Tar. I cit. (aliquota 0,50%), salvo che non si voglia ritenere applicabile la (nuova) imposta su donazione e atti gratuiti di cui all'art. 1 D. Lgs. 346/1990 (come mod. nel 2006). E allora, vuoi in un senso, vuoi nell'altro, una tassazione risulterebbe maggiormente giustificabile, anche se non certo la tassazione del finanziamento (verbale) enunciato al 3% (cosa che peraltro la Cassazione non afferma mai, limitandosi a sostenere che il riferimento al finanziamento non vada esente da tassazione, poiché non aumento finalizzato alla ricostituzione del capitale ridotto per perdite). Probabilmente, quello che lascia le decisioni in questione come maggiormente opinabili è il fatto che sicuramente l'atto di scissione, in quanto tale, è meramente esecutivo delle delibere e presuppone che il finanziamento sia già stato "trasformato" in poste di (potenziale) capitale, per cui non ricorrono mai i presupposti di cui sopra (nè tanto meno dell'enunciazione). Particolare attenzione, invece, andrà posta - ad avviso di chi scrive - nella tassazione delle delibere di approvazione del progetto che potrebbero appunto essere lette come recanti detto aumento di capitale o la ricognizione del debito verso il socio che si intende utilizzare oppure il consenso negoziale dello stesso (ma solo se il socio viene espressamente costituito in atto) all'utilizzazione del finanziamento, laddove vi si ravvisi una rinuncia al credito. E allora una pretesa tributaria potrebbe essere maggiormente giustificabile. L'orientamento estensivo oltremodo si appalesa del tutto contrario allo "spirito dei tempi" che stiamo vivendo, in cui molte società saranno chiamate a valutare operazioni di ricapitalizzazione/rafforzamento patrimoniale - cosa peraltro incentivata dalle stesse norme emergenziali (cfr. D.L. 34/2020 - c.d. Decreto Rilancio - art. 26). Alla luce di tutto quanto sopra,  per evitare di entrare in contrasto con l'Amministrazione Finanziaria (soprattutto in considerazione del fatto che - a torto o a ragione - la giurisprudenza pare avallare tali posizioni), è molto importante chiedere consiglio al proprio notaio, per poter costruire l'operazione nella maniera più corretta, raggiungere lo scopo perseguito ed evitare di incappare in tali situazioni, che possono costare assai caro!  Salvatore Pepe Notaio a Volpago del Montello Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes  Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes  Autore immagine: Pixabay.com © Riproduzione riservata

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    25 maggio 2020

    ​Assemblee societarie online nel periodo di...

    L’art. 106 del D.L. n. 18/2020 convertito con legge n. 27/2020 ha introdotto deroghe alla disciplina delle assemblee di società di capitali al fine di favorire lo svolgimento delle stesse nel periodo di emergenza sanitaria. Si tratta di disposizioni normative aventi carattere provvisorio in quanto si applicano alle assemblee convocate entro il 31 luglio 2020 ovvero entro la data, se successiva, fino alla quale è in vigore lo stato di emergenza sul territorio nazionale.Convocazione dell’assemblea per l’approvazione del bilancio. In primo luogo è stato posticipato il termine per convocare le assemblee di approvazione del bilancio al 180° giorno successivo alla chiusura dell’esercizio rispetto al termine del 120° giorno. Si tratta di una facoltà in quanto può comunque continuare a seguirsi il calendario tradizionale. Modalità di svolgimento dell’assemblea. In secondo luogo si consente lo svolgimento dell’assemblea in modalità full audio o full video con tutti gli intervenuti online, compresi quelli del segretario e del presidente. A tal fine occorre specificare questa modalità nell’avviso di convocazione derogando eventuali clausole statutarie. E’ legittima anche la riunione dell’assemblea a distanza svolta in forma totalitaria, sempre se tutti gli aventi diritto possano interloquire tra di loro  ed esprimere il proprio voto. In quest’ultima ipotesi, poiché manca un luogo fisico indicato nell’avviso di convocazione è da ritenersi che esso sia l’”agorà virtuale” che permette lo svolgimento dell’assemblea. Il legislatore ha, dunque, recepito la soluzione proposta dalla Commissione societaria del Consiglio Notarile di Milano con la massima n. 187, già oggetto di approfondimento da parte di SuperPartes. Nulla impedisce che si preferisca svolgere l’assemblea secondo le modalità “tradizionali” ma pur sempre nel rispetto del divieto di assembramenti. Espressione del voto da remoto. In terzo luogo, possono abilitarsi, mediante indicazione nell’avviso di convocazione, come modalità di espressione del voto: a) il voto elettronico: il socio durante l’assemblea esprimerà il voto, a titolo esemplificativo, tramite pec o cliccando su una apposita piattaforma che la società abbia predisposto; b) il voto per corrispondenza: il socio esprime il voto prima dello svolgimento dell’assemblea su proposte di deliberazione già predisposte dalla società e trasmesse in anteprima al socio, ad esempio tramite posta o email. Per quanto riguarda le s.r.l., inoltre, l’avviso di convocazione può abilitare l’espressione del voto dei soci con il metodo del consenso scritto o il metodo della consultazione scritta.  Obbligo di delega al rappresentante designato. Le società quotate e quelle con capitale diffuso (cioè quelle aventi più di cinquecento soci) possono obbligare i soci a conferire delega al rappresentante designato che esprimerà in assemblea il voto. Avvocato Andrea Pentangelo Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes  Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes  Autore immagine: Pixabay.com © Riproduzione riservata

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    27 novembre 2017

    Sì all’esercizio della professione forense in...

    Cosa cambia per il cittadino Dopo un lungo e non sempre semplice iter legislativo, il 14 agosto scorso è stata pubblicata in Gazzetta Ufficiale la Legge 4 agosto 2017 n. 124, “Legge annuale per il mercato e la concorrenza“. Come ben noto, le finalità della norma sono quelle di rimuovere gli ostacoli regolatori all’apertura dei mercati, promuovere lo sviluppo della concorrenza e garantire la tutela dei consumatori, anche in applicazione dei principi del diritto dell’Unione europea in materia di libera circolazione, concorrenza e apertura dei mercati, nonché delle politiche europee in materia di concorrenza. Moltissime le novità, incluse alcune rilevanti modifiche per gli avvocati ed in particolare la possibilità di esercitare la professione in forma societaria. Ma vediamo nel dettaglio quali sono le condizioni. Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes  Esercizio della professione forense in forma societaria Come già evidenziato, le novità contenute nel comma 141 della nuova Legge 124/17 sono davvero rilevanti e vanno a modificare in maniera consistente quella che fino ad oggi era la disciplina della professione forense contenuta nella Legge 247/12 (“Nuova disciplina dell’ordinamento della professione forense”), e ciò al fine di garantire una maggiore concorrenzialità nell’ambito della professione. La novità senz’altro più interessante per gli avvocati attiene alla possibilità di esercitare la professione forense in forma di società di persone, di capitali e cooperative. Infatti la nuova legge prevede che “l’esercizio della professione forense è consentito a società di persone, a società di capitali o a società cooperative iscritte in un’apposita sezione speciale dell’albo tenuto dall’ordine territoriale nella cui circoscrizione ha sede la stessa società, dove è resa anche disponibile la documentazione analitica, per l’anno di riferimento, relativa alla compagine sociale. E’ tuttavia espressamente vietata la partecipazione societaria tramite società fiduciarie, trust o per interposta persona e una eventuale violazione in tal senso comporta di diritto l’esclusione del socio”. La legge elenca espressamente le condizioni richieste: i soci, per almeno due terzi del capitale sociale e dei diritti di voto, devono essere avvocati iscritti all’albo, ovvero avvocati iscritti all’albo e professionisti iscritti in albi di altre professioni; il venire meno di tale condizione costituisce causa di scioglimento della società e il consiglio dell’ordine presso il quale è iscritta la società procede alla cancellazione della stessa dall’albo, salvo che la società non abbia provveduto a ristabilire la prevalenza dei soci professionisti nel termine perentorio di sei mesi;la maggioranza dei membri dell’organo di gestione deve essere composta da soci avvocati;i componenti dell’organo di gestione non possono essere estranei alla compagine sociale; i soci professionisti possono rivestire la carica di amministratori. Preme sottolineare che, in ogni caso, anche se si opti per l’esercizio della professione forense in forma societaria, resta sempre fermo il principio della personalità della prestazione professionale. L’incarico può essere svolto soltanto da soci professionisti in possesso dei requisiti necessari per lo svolgimento della specifica prestazione professionale richiesta dal cliente, i quali devono assicurare per tutta la durata dell’incarico la piena indipendenza e imparzialità, dichiarando possibili conflitti di interesse o incompatibilità, iniziali o sopravvenuti. Inoltre la sospensione, cancellazione o radiazione del socio dall’albo costituisce causa di esclusione dalla società e in ogni caso le società sono tenute al rispetto del codice deontologico forense e sono soggette alla competenza disciplinare dell’ordine di appartenenza. La legge prevede, infine, che la responsabilità della società e quella dei soci non escluda la responsabilità del professionista che ha eseguito la specifica prestazione. Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes Autore immagine: Pixabay.com © Riproduzione riservata

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05 luglio 2017

Imposte sui consumi e imposte sui redditi – Nicola Forte

Il socio onorario di SuperPartes, Dott Nicola Forte, parla a Raiuno delle nuove norme in tema di Iva: “La scelta del tema da trattare non è stata molto difficile. Lo spunto me lo ha fornito il Ministro delle Finanze con la dichiarazione di non voler aumentare le aliquote Iva. Molto spesso si sente parlare della tassazione delle cose o meglio della volontà di spostare progressivamente il carico delle imposte sui redditi sulla tassazione delle cose. L’idea è buona, ma difficilmente sarà possibile. Cosa si intende per tassazione delle cose? Significa tassare di più nel momento in cui si consuma, ma per indurre i consumatori a consumare le stesse quantità deve essere ridotto il livello della tassazione sui redditi. La ricetta è buona, ma è in grado di funzionare a patto che la pressione fiscale sui redditi diminuisca effettivamente e in misura sensibile. Ad esempio se il netto della busta paga aumenta da 1.300 euro a 1.800 euro la manovra può produrre gli effetti espansivo sperati. Viceversa se l’aumento delle imposte sui consumi non è accompagnato da una sensibile diminuzione delle imposte sui redditi, la manovra è di tipo recessivo e i consumi rischiano di diminuire”

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