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    09 luglio 2020

    Servitu’ di veduta e costituzione per...

    Cassazione, ordinanza 10 aprile 2020, n. 7783, sez. VI – 2 civile. L’esistenza di aperture nel muro, sebbene prive della intelaiatura, ma che rivelino, in modo palese, la specifica e normale funzione di consentire l’esercizio della veduta sul fondo del vicino deve considerarsi sufficiente a creare de facto quella situazione che occorre per dar vita alla costituzione di una servitù per destinazione del padre di famiglia e ciò in quanto a tale fine non occorre che la situazione oggettiva di subordinazione o di servizio tra i due fondi derivi da opere complete e munite di tutti gli attributi ad esse inerenti, essendo, invece, sufficiente che esistano segni visibili, precisi ed inconfondibili, che valgano a rilevare, obiettivamente ed in modo non equivoco, la destinazione dell’opera all’esercizio della servitù.                                                                                            Deve pertanto riconoscersi la possibilità della costituzione ai sensi dell’art. 1062 c.c. cit. di una servitù di veduta da una terrazza sebbene l’opera, al momento della separazione, sia in tale stato da non potersi utilizzare. Il fatto che la corte non abbia accertato “la necessaria e indispensabile presenza di una terrazza o di balcone, praticabili, accessibili e muniti di idoneo parapetto” non evidenzia perciò alcuna lacuna nella ricostruzione giuridica fatta propria dalla corte. Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes  Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes  Autore immagine: Pixabay.com © Riproduzione riservata

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    22 gennaio 2018

    Condominio: qual è il limite alle opere sulle...

    Corte di Cassazione, sezione VI, ordinanza n. 27164 del 16 novembre 2017 Cosa cambia per il cittadino La Corte di Cassazione è intervenuta per rispondere al quesito “se e quale limite incontri la facoltà del singolo condomino di eseguire opere sulle parti di proprietà esclusiva”, ritenendo che il limite sia rinvenibile nell’articolo 1122 c.c. e che consista nel “danno alle parti comuni dell’edificio” ovvero in “ogni diminuzione di valore riferito alla funzione della cosa considerata nella sua unità”. La Cassazione sembra dirci, dunque, via libera alle modifiche nel proprio appartamento, ma solo finché non si danneggiano le parti comuni dell’edificio, procurandone una diminuzione di valore. Per approfondimenti chiedi ai Professionisti SuperPartes  Il fatto La questione riguarda la rimozione delle divisioni (un muretto e una ringhiera di separazione) esistenti tra i balconi di due unità immobiliari di proprietà della stessa persona, ma comprese in due distinti, seppur contigui, edifici condominiali. Il convenuto aveva, infatti, deciso di porre in comunicazione le sue proprietà, rimuovendo gli indicati manufatti. La sentenza del Tribunale di Ragusa lo vedeva vincitore, ritendendo che i balconi aggettanti non costituissero parti comuni dei fabbricati condominiali, ma rientrassero nelle rispettive proprietà esclusive e come tali modificabili senza violazione dell’articolo 1102 c.c. Le ragioni giuridiche La Corte di Cassazione, nel rovesciare la decisione, ha invece accolto il ricorso, evidenziando come primo elemento fondamentale la distinzione esistente tra gli articoli 1102 e 1122 del Codice Civile, anche in relazione al loro diverso ambito di applicazione: l’articolo 1102 c.c.[1] riguarda esclusivamente le opere compiute dal condomino sulla cosa comune;l’articolo 1122 c.c. (nella formulazione qui applicabile ratione temporis, ovvero prima dell'entrata in vigore della Legge n. 220/2012) disciplina l’ipotesi in cui l’opera sia effettuata dal condomino sulla cosa propria[2]. Nel caso in cui, quindi, il condomino voglia eseguire opere sulle parti di proprietà esclusiva sarà applicabile l’art. 1122 c.c. che prevede come limite quello consistente nel danno alle parti comuni dell’edificio. In altri termini, ciascun condomino, nel piano o porzione di piano di sua proprietà, può eseguire opere purché esse non rechino danno alle parti comuni dell’edificio, dove con danno si intende “ogni diminuzione di valore riferito alla funzione della cosa, considerata nella sua unità”. Nel caso di specie, l’aver reso i due edifici comunicanti, mediante la rimozione delle separazioni esistenti sui balconi, ha comportato l’illegittima costituzione di una servitù a favore di un appartamento a danno della proprietà condominiale dell’altro fabbricato. Questo perché anche un’opera su parte di proprietà esclusiva può determinare la creazione di una servitù a carico di fondazioni, suolo, solai e strutture dell’edificio per la cui costituzione è necessario il consenso scritto di tutti i partecipanti al condominio. Clicca qui per leggere gli altri articoli SuperPartes Autore immagine: Pixabay.com © Riproduzione riservata [1] Art. 1102 c.c.: “Ciascun partecipante può servirsi della cosa comune, purché non ne alteri la destinazione e non impedisca agli altri partecipanti di farne parimenti uso secondo il loro diritto. A tal fine può apportare a proprie spese le modificazioni necessarie per il miglior godimento della cosa. Il partecipante non può estendere il suo diritto sulla cosa comune in danno degli altri partecipanti, se non compie atti idonei a mutare il titolo del suo possesso”. [2] Art. 1122 c.c. ante riforma 2012: “Ciascun condomino, nel piano o porzione di piano di sua proprietà, non può eseguire opere che rechino danno alle parti comuni dell’edificio”.

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05 luglio 2017

Imposte sui consumi e imposte sui redditi – Nicola Forte

Il socio onorario di SuperPartes, Dott Nicola Forte, parla a Raiuno delle nuove norme in tema di Iva: “La scelta del tema da trattare non è stata molto difficile. Lo spunto me lo ha fornito il Ministro delle Finanze con la dichiarazione di non voler aumentare le aliquote Iva. Molto spesso si sente parlare della tassazione delle cose o meglio della volontà di spostare progressivamente il carico delle imposte sui redditi sulla tassazione delle cose. L’idea è buona, ma difficilmente sarà possibile. Cosa si intende per tassazione delle cose? Significa tassare di più nel momento in cui si consuma, ma per indurre i consumatori a consumare le stesse quantità deve essere ridotto il livello della tassazione sui redditi. La ricetta è buona, ma è in grado di funzionare a patto che la pressione fiscale sui redditi diminuisca effettivamente e in misura sensibile. Ad esempio se il netto della busta paga aumenta da 1.300 euro a 1.800 euro la manovra può produrre gli effetti espansivo sperati. Viceversa se l’aumento delle imposte sui consumi non è accompagnato da una sensibile diminuzione delle imposte sui redditi, la manovra è di tipo recessivo e i consumi rischiano di diminuire”

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